L’Unione europea sta passando dagli avvertimenti a una pressione finanziaria concreta sulla Serbia, con circa 1,5 miliardi di euro di assistenza nell’ambito del Reform and Growth Facility per i Balcani occidentali ora seriamente a rischio di sospensione.
Questa escalation riflette la crescente frustrazione di Bruxelles per le riforme giudiziarie adottate nel gennaio 2026 – ampiamente note come “leggi Mrdić” – che riorganizzano i tribunali, modificano i criteri di selezione e supervisione di giudici e procuratori e ampliano i poteri dei presidenti di tribunale, alimentando timori di un maggiore controllo politico sulla magistratura.
Nessun fondo fino al parere della Commissione di Venezia
La commissaria europea per l’Allargamento Marta Kos è attesa oggi davanti alla commissione Affari esteri del Parlamento europeo per affrontare direttamente la questione. Ha chiarito che nessun ulteriore fondo europeo destinato ad aiutare la Serbia ad allinearsi agli standard di adesione sarà erogato finché la Commissione di Venezia, organo consultivo giuridico indipendente del Consiglio d’Europa, non avrà espresso il proprio parere tecnico sulle riforme, previsto entro la fine di aprile.
In una recente intervista a Politico, Kos ha definito le leggi “un grave passo indietro” e ha espresso preoccupazioni più ampie. “Siamo sempre più preoccupati per ciò che sta accadendo in Serbia”, ha detto, “dalle leggi che minano l’indipendenza della magistratura alla repressione dei manifestanti e alle continue interferenze nei media indipendenti”.
Si tratta di un ulteriore irrigidimento rispetto ai toni critici del rapporto sui progressi del novembre 2025 e ai segnali già emersi nei mesi precedenti, ma ora il focus si sposta su una valutazione concreta delle erogazioni e su una condizionalità esplicita legata al prossimo verdetto della Commissione di Venezia.
Le reazioni serbe tra ottimismo e attacchi all’opposizione
Le autorità serbe mantengono pubblicamente un atteggiamento fiducioso. L’ambasciatore presso l’Unione europea e capo negoziatore Danijel Apostolović ha dichiarato che Belgrado è impegnata in colloqui intensi e ha “chiaramente comunicato” la propria disponibilità ad accettare e attuare le raccomandazioni della Commissione di Venezia una volta pubblicate.
Il ministro degli Investimenti pubblici Darko Glišić, intervenendo su Pink TV, ha accusato l’opposizione di essere in “euforia” per il possibile congelamento dei fondi, sostenendo che saluterebbe con favore qualsiasi notizia negativa per il Paese.
Il portavoce della Commissione europea Guillaume Mercier ha ricordato il 16 aprile che Bruxelles valuta regolarmente il rispetto dei principi democratici, dello Stato di diritto e dei diritti umani, ribadendo al contempo le preoccupazioni sul pacchetto di riforme giudiziarie.
Il contesto più ampio e i limiti dell’integrazione parziale
Dal 2000 la Serbia ha ricevuto oltre 7 miliardi di euro di sostegno europeo, inclusi più di 586 milioni di euro di sovvenzioni a fondo perduto tra il 2021 e il 2024. Gli ulteriori 1,5 miliardi previsti dal Growth Plan sono però esplicitamente legati a progressi misurabili su magistratura, libertà dei media e allineamento alla politica estera dell’Unione europea – settori in cui Belgrado continua a registrare ritardi.
Il presidente Aleksandar Vučić ha talvolta evocato una forma di integrazione economica più profonda – accesso al mercato unico e libera circolazione – senza piena adesione politica, un’ipotesi che Kos ha respinto con fermezza. A dicembre, Vučić aveva inoltre disertato il vertice europeo sui Balcani occidentali, mentre il limitato allineamento della Serbia alla politica estera europea, in particolare nei rapporti con la Russia, continua a pesare sulle relazioni con Bruxelles.
Secondo alcuni esperti, tuttavia, un eventuale congelamento potrebbe avere un impatto politico immediato limitato. Dušan Reljić ha osservato che tali somme potrebbero essere presentate sul piano interno come una forma di resistenza alle pressioni esterne, rafforzando anziché indebolire la narrativa del governo.
Richieste di confronto e responsabilità
Sandro Gozi, segretario generale del Partito Democratico Europeo, ha invitato Vučić a un dibattito pubblico su democrazia, Stato di diritto, libertà dei media e futuro europeo della Serbia, presentandolo come una componente normale del processo di allargamento e non come una “-“lezione”.
Bojana Selaković, della Convenzione nazionale sull’Unione europea, interpreta il possibile congelamento come un forte segnale di erosione della fiducia. A differenza di strumenti che richiedono l’unanimità degli Stati membri, il Growth Plan ricade in larga misura sotto la competenza della Commissione, consentendo un’applicazione più rapida delle misure e mettendo in luce il divario tra promesse di riforma e risultati concreti.
Settimane decisive
Mentre altri Paesi candidati dei Balcani occidentali e l’Ucraina avanzano nel percorso europeo, il processo di adesione della Serbia è fermo da oltre quattro anni sui capitoli chiave. Il Growth Plan era stato concepito per offrire benefici anticipati in cambio di riforme; la rigidità della condizionalità segnala ora chiaramente che eventuali passi indietro avranno un costo.
Con la Commissione di Venezia pronta a pubblicare il proprio parere, le prossime settimane saranno cruciali per capire se il dialogo potrà evitare un congelamento formale. Una valutazione fortemente critica – se non seguita da un reale allineamento legislativo – rischierebbe non solo di bloccare i pagamenti immediati, ma anche di rallentare ulteriormente l’intero slancio del processo di adesione.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

